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Intersezionalità, uno sguardo ai presupposti storici di un modello teorico e metodologico

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Il termine “intersezionalità” fu utilizzato per la prima volta dalla giurista Kimberlè Crenshaw nel 1989[1] per indicare indicare la modalità di sovrapposizione e intersezione di diverse categorie sociali nella costituzione delle identità dei soggetti.

Per la giurista, l’occasione di coniare questo termine per rappresentare tutta la riflessione teorica che andava formandosi da qualche decennio è il famoso processo del 1976, il DeGraffenreid vs. General Motors[2], in cui delle donne nere denunciano la fabbrica per cui lavoravano di aver messo in atto una discriminazione fondata su questioni sia di genere, sia razziali, nella gestione dei licenziamenti.

In quel periodo storico, negli Stati Uniti, in risposta alle varie istanze di riconoscimento delle soggettività non maggioritarie, fu approvato il Title VII of the Civil Rights Act of 1964[3], che prevedeva l’adozione di quote per la rappresentazione delle minoranze.

Quando la fabbrica, dopo un periodo di crisi economica, decise di effettuare dei licenziamenti, la maggioranza dei lavoratori licenziati era composta da donne nere. Questo derivava dal fatto che, nel seguire delle norme di licenziamento, erano state tenute in conto solamente due categorie da tutelare (in quanto riconosciute come socialmente vulnerabili) ossia le donne e i neri, ma non l’intersezione tra le due categorie, cioè le donne nere.

Così, le quote per garantire l’uguaglianza erano state rispettate (perché sia gli uomini neri che le donne bianche erano rimaste a lavorare) ma le donne nere, che sarebbero state visibili come categoria solo attraverso l’intersezione delle altre due, rimasero invisibili.

Crenshaw utilizza un’immagine estremamente evocativa per descrivere l’idea che sottende il modello intersezionale:

Consider an analogy for traffic in an intersection, coming and going in all four directions. Discrimination, like traffic through an intersection, may flow in one direction, and it may flow in another. If an accident happened in an intersection, it can be caused by cars travelling from any number of directions and, sometimes, from all of them. Similarly, if a Black woman is harmed because she is in the intersection, her injury could result from sex discrimination or race discrimination.[4]

Se il concetto di intersezionalità prende la sua forma in un contesto giuridico, il modello teorico si è successivamente espanso ed arricchito (in particolare grazie al lavoro di Patricia Hill Collins e Yuval Davis)[5], articolandosi sia come riflessione teorica sulla definizione del soggetto, sia come strumento metodologico: come indagare quali assi di potere e strutture socio-simboliche attraversano simultaneamente il soggetto o una comunità?

Partendo dall’idea secondo la quale la complessità di un essere umano non possa essere ridotta ad una categorizzazione astratta e rigida, il modello si rivela uno strumento euristico in grado di rendere

visibile il modo in cui categorie sociali e culturali si intrecciano e sovrappongo nella delineazione di diverse forme di discriminazione e oppressione che agiscono nella società.

L’approccio intersezionale sostiene che categorie quali il sesso, il genere, l’etnia, la classe sociale, la disabilità, la nazionalità, non possano essere analizzate e prese in considerazione come categorie a sé stanti, ma ne deve essere sottolineata la simultaneità nella loro reciproca determinazione e interazione.

Non a caso il contesto principale di nascita del concetto di intersezionalità è quello della cosiddetta seconda, e poi soprattutto terza, ondata del movimento femminista.

In questo periodo, infatti, emerge una nuova sensibilità relativa alla riflessione sulle discriminazioni, caratterizzata dalla problematizzazione del concetto di uguaglianza, la quale viene indagata a partire dall’osservazione della differenza. Se il femminismo di prima ondata (orientativamente identificato con il movimento attivista della prima metà del XIX secolo e inizio del XX secolo) trovava la sua specificità nella rivendicazione di pari diritti tra uomini e donne a partire da una richiesta di emancipazione fondata sul riconoscimento dell’uguaglianza tra uomini e donne; la seconda ondata del femminismo inizia a riflettere invece su come la liberazione e la partecipazione politica femminile non debbano dipendere necessariamente da una omologazione concettuale al modello di soggettività maschile (fino ad allora ritenuto universale), ma che piuttosto tali obiettivi possano essere realizzati al costo di elaborare una riflessione teorica alternativa, basata sulla categoria di differenza.

I movimenti femministi acquisiscono la consapevolezza secondo la quale una soddisfacente comprensione (e trasformazione) del fenomeno dell’oppressione e discriminazione femminile non potesse essere raggiunta senza una indagine critica sulla complessità che caratterizza ogni soggetto umano.

La teoria dell’intersezionalità mette dunque in questione le interpretazioni classiche sulle dinamiche discriminatorie, affermando che fenomeni quali il razzismo, il sessismo, l’omofobia, la xenofobia, non agiscono in modo indipendente, ma sono interconnessi, creando un sistema di oppressione che rispecchia l’intersezione di molteplici forme di discriminazione.

Se l’uguaglianza formale (accesso a diritti e risorse) deve essere pensata come universale e deve essere dunque garantita a tutti allo stesso modo, al tempo stesso, si riflette in modo nuovo su come le particolarità di ognuno si collochino all’interno della rivendicazione di uguali diritti.

Il rischio che la teoria intersezionale vede è che nella rivendicazione di una uguaglianza astratta, non pensata cioè a partire da un’indagine riguardo le stratificazioni che compongono la soggettività umana, si continui a marginalizzare alcuni gruppi, che sono resi invisibili.

Tale modello teorico, che, come detto precedentemente, è anche e soprattutto un approccio metodologico[6], negli ultimi anni ha trovato spazio e applicazione in relazione anche agli studi sulla tecnologia[7], in particolare a quelli relativi all’AI (Artificial Intelligence), dove si è rivelato estremamente prezioso nel rendere visibili forme di disparità operate dalla diffusione massiccia di prodotti, dispositivi e servizi tarati su una uniformazione e categorizzazione generica dei soggetti, riproducendo così bias e forme di discriminazione.[8]

Gli algoritmi che sono alla base del funzionamento e dell’efficacia dell’intelligenza artificiale richiedono infatti già sin dalla loro progettazione una riflessione critica sulle modalità di organizzare i dati a disposizione, in quanto le applicazioni e i sistemi che faranno uso di questa tecnologia potranno essere utilizzati in molti ambienti strategici e sensibili, con un alto grado di impatto sulla vita delle persone.

Nonostante, infatti, l’AI prometta grandi risultati in termini di uguaglianza ed efficienza, i processi computazionali da cui è composta e gli algoritmi sui quali si basa, lungi dall’essere neutrali ed oggettivi, rispecchiano i pregiudizi, le discriminazioni e i rapporti di potere esistenti nella società, che si incorporano così nel design, nello sviluppo e nell’applicazione di tali sistemi.

Una metodologia intersezionale può essere utilizzata per rendere visibili tali bias e cercare di correggerli, permettendoci così di ripensare l’intelligenza artificiale in modo più critico e consapevole.

 

[1] Crenshaw K., Demarginalizing the Intersection of Race and Sex, University of Chicago Legal Forum, 4, 1989

[2] https://law.justia.com/cases/federal/district-courts/FSupp/413/142/1660699/

[3] https://www.eeoc.gov/statutes/title-vii-civil-rights-act-1964

[4] Crenshaw K., Demarginalizing the Intersection of Race and Sex, University of Chicago Legal Forum, 4, 1989, pp.139-167

[5] Collins H.P., Bilge S., Intersectionality, Polity Press, Cambridge, 2016; Collins H.P, Intersectionality as Critical Social Theory, Duke University Press, Durham and London, 2019; Yuval-Davis N., The Politics of Belonging, Intersectional Contestations, SAGE publications Ltd, London, 2011; Yuval-Davis N. Intersectionality and Feminist Politics. European Journal of Women’s Studies. 2006;13(3):193-209. doi:10.1177/1350506806065752

[6] Tra le elaborazioni concettuali più dirimenti nell’articolare la metodologia intersezionale si segnala in particolare la classificazione operata da Leslie McCall, si veda McCall L. (2005). The Complexity of Intersectionality. Signs30(3), 1771–1800

[7]  Caroline A Figueroa, Tiffany Luo, Adrian Aguilera, Courtney R Lyles,The need for feminist intersectionality in digital health,The Lancet Digital Health, Volume 3, Issue 8, 2021;  Panayiota Tsatsou (2021) Vulnerable people’s digital inclusion: intersectionality patterns and associated lessons, Information, Communication & Society

[8] Bacchini, F. and Lorusso, L. (2019), “Race, again: how face recognition technology reinforces racial discrimination”, Journal of Information, Communication and Ethics in Society, Vol. 17 No. 3, pp. 321-335; Wittkower, D. E., “Technology and Discrimination” (2018). Philosophy Faculty Publications. 36.